La visita di Papa Leone XIV a Sant’Angelo Lodigiano non è solo un grande evento. È un invito a guardare con occhi nuovi quello che facciamo ogni giorno: accogliere chi è lontano da casa, difendere la dignità di chi non ha voce, costruire comunità capaci di riconoscersi in ogni volto.
Quando il Vescovo Maurizio Malvestiti ha annunciato che Papa Leone XIV farà tappa a Sant’Angelo Lodigiano il prossimo 20 giugno, la prima reazione è stata di gioia e stupore. È comprensibile: l’ultima visita di un Papa in terra lodigiana risale a 34 anni fa, con Giovanni Paolo II. Ma passata la sorpresa, vale la pena fermarsi e chiedersi: perché questa notizia riguarda anche noi, operatori, volontari e amici di Caritas?
La risposta non è nelle cerimonie. È nella storia. Tre fili, precisi e documentati, legano la figura di questo Papa, la santa che è nata in questa città e il lavoro che Caritas porta avanti ogni giorno. Proveremo a raccontarli con semplicità, come ci piace fare.
Robert Francis Prevost, quando fu eletto Papa l’8 maggio 2025, scelse di chiamarsi Leone XIV. Non fu una scelta casuale: spiegò lui stesso, davanti ai cardinali, che Leone XIII «con la storica enciclica Rerum Novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale». Un documento del 1891 che per la prima volta nella storia la Chiesa prendeva posizione sulla condizione dei lavoratori, sulla dignità del povero, sul diritto di ogni persona a non essere trattata come strumento.
Quel testo non è solo un pezzo di storia. È la radice da cui è cresciuta la dottrina sociale della Chiesa, e da quella dottrina è nata, nei decenni successivi, la Caritas. Ogni centro d’ascolto, ogni sportello migranti, ogni fondo di solidarietà diocesano porta in sé quella ispirazione: la persona prima di tutto, la dignità come punto di partenza, non di arrivo.
E Francesca Cabrini? Anche lei è figlia di Leone XIII. Fu proprio quel Papa a dirle, nel 1889, di non andare in Cina come desiderava, ma di restare in Occidente, tra gli emigranti italiani che soffrivano in America. Due anni dopo avrebbe scritto la Rerum Novarum. Cabrini e quella grande enciclica nacquero dallo stesso impulso: la Chiesa che esce da sé stessa per stare accanto a chi è solo.
C’è un passaggio della prima Esortazione Apostolica di Leone XIV — la Dilexi te, pubblicata nell’ottobre 2025 — che vale la pena conoscere, perché fa una cosa rara: “mette” insieme, nello stesso paragrafo, il nome di Santa Francesca Saverio Cabrini e quello di Caritas Internationalis.
«La tradizione dell’attività della Chiesa per e con i migranti continua e oggi questo servizio si esprime in iniziative come i centri di accoglienza per i rifugiati, le missioni di frontiera, gli sforzi di Caritas Internationalis e di altre istituzioni», Papa Leone XIV, Esortazione Apostolica Dilexi te, ottobre 2025
Nello stesso documento, il Papa scrive che «in ogni migrante respinto è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità». Parole forti, dette senza toni da comizio, con la semplicità di chi ha vissuto vent’anni in Perù tra i più poveri. Chi oggi gestisce uno sportello d’ascolto per stranieri, chi accompagna una persona senza dimora o senza documenti a un colloquio, chi prepara un pasto caldo in una mensa, sta facendo esattamente quello che il Papa descrive: aprire la porta a Cristo che bussa.
C’è un altro filo rosso che ci interessa legare a noi, forse il più delicato. Francesca Cabrini prese la cittadinanza americana nel 1909. Non per smettere di essere italiana, ma per appartenere davvero alla comunità che serviva. Prevost, al contrario, prese la cittadinanza peruviana prima di diventare vescovo di Chiclayo: un gesto che dice «sono uno di voi, non sono di passaggio». Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante 2025, Leone XIV ha ricordato che “la nostra cittadinanza è nei cieli“— citando Sant’Agostino — ma proprio per questo la cittadinanza terrena va presa sul serio: è il segno visibile del riconoscimento reciproco tra persone.
Il Rapporto Immigrazione 2025 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes ci dice che nelle scuole italiane quasi un alunno su otto ha cittadinanza non italiana. Sono ragazze e ragazzi che parlano in dialetto lodigiano, tifano le squadre locali, vivono qui da sempre — ma restano «italiani di fatto, non di diritto». Questo è uno spazio in cui Caritas può portare la propria voce: non con lo slogan, ma con le storie. Le storie che seguiamo, delle famiglie che accompagniamo, delle persone che hanno trovato in questa terra una nuova casa e aspettano solo che quella casa venga riconosciuta.
Il 20 giugno, Papa Leone XIV verrà qui. Verrà perché questa città ha dato al mondo Francesca Cabrini, e perché lui — nato a Chicago, missionario in Perù, erede spirituale di Leone XIII — in questa città trova qualcosa che gli appartiene profondamente. Ma la visita non finisce con il saluto del Vescovo e il rientro a Roma del Papa. Finisce — o meglio, comincia — il giorno dopo, quando torniamo ai nostri centri d’ascolto, in mensa, ai nostri sportelli.
Allora avremo l’occasione di dire: questo Papa ha citato Cabrini e Caritas nello stesso respiro. Ha detto che chi accoglie un migrante apre la porta a Cristo. Ha scelto il nome di chi ha scritto che la dignità del povero non è una concessione, ma un diritto. E noi, qui in terra lodigiana, proviamo ogni giorno a fare esattamente questo.
Non è poco. È moltissimo.
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