Perché? Di fronte a questi eventi tragici non si può non porsi questa domanda. Oggi [29 novembre n.d.r.] non ci ha lasciato un senza fissa dimora, ci ha lasciato A. un giovane di soli 21 anni venuto in Italia da minorenne, carico di aspettative e di responsabilità probabilmente superiori alle sue possibilità. Noi l’abbiamo conosciuto a giugno del 2023, appena maggiorenne, e sin dall’inizio è emersa evidente una sua fragilità psicologica, per cui gli è stata offerta la possibilità di fare un percorso di supporto psicologico. Dopo qualche mese in dormitorio, non trovando un lavoro stabile, decide di andare a trovare fortuna in Germania. Era tornato da poco, metà ottobre, dicendoci che aveva trovato lavoro a Milano come parrucchiere e che era ospite da un amico. Qualche giorno fa ci aveva chiesto ancora aiuto per un sostegno psicologico.
Perché dunque? Ho provato a immedesimarmi nella sua storia, a mettermi nei suoi panni, a pensare come ero io a 16 anni quando lui ha lasciato la sua casa, il suo paese, la sua famiglia, a domandarmi se al suo posto avrei retto tutte le sfide che un percorso migratorio come il suo ti pone davanti. Onestamente penso di no. Questo tragico evento ci richiama alle nostre responsabilità, alla nostra capacità di saper dare risposte adeguate e competenti alle persone che bussano alle porte dei nostri servizi. Diversi ragazzi che vengono da noi hanno alle spalle dei percorsi difficili, dove hanno subito e a volte agito violenza, dove si sono trovati a vivere condizioni che ledono la dignità umana. Vissuti traumatici che incidono pesantemente sul proprio equilibrio psicologico.
Spesso il rischio che tutti noi corriamo è quello di esprimere giudizi sommari su queste persone che vivono ai margini della nostra città, che trovano nel ponte della tangenziale, un piccolo rifugio, uno spazio prezioso dove trovare provvisoriamente almeno un riparo e qualcuno con cui condividere la fatica di una situazione difficile.
Come Caritas, insieme alle istituzioni pubbliche, siamo giornalmente impegnati nel cercare di – se non risolvere – almeno ridurre le difficoltà che, chi si è trovato in strada, ogni giorno deve affrontare, problemi vitali come mancanza di lavoro, salute, documenti, casa.
Questo tragico evento ci deve spingere a cercare di intensificare ancora di più il nostro sforzo di aiuto e sostegno nei confronti di queste persone, che abbiamo il dovere morale di non lasciarle sole.
Contro l’indifferenza di chi vede in queste persone solo un problema di decoro urbano, vogliamo ribadire tutta la nostra solidarietà e vicinanza alle persone che hanno condiviso con A. questo percorso migratorio.
di Stefano Joli, responsabile Casa San Giuseppe
Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni
Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.