Pubblichiamo questa riflessione di una nostra operatrice perché crediamo che dietro ogni notizia ci sia un volto che merita di essere guardato oltre le facili etichette. È un invito a riscoprire la complessità delle storie umane che abitano i nostri servizi, restituendo dignità a chi cerca faticosamente di ricominciare.
Ho letto l’articolo pubblicato nei giorni scorsi sull’arresto di un pericoloso e ricercato “scafista”. E, sinceramente, più che informazione mi è sembrata una semplificazione brutale della realtà, così, al puro scopo di fare un titolone fuorviante.
Non mi soffermo nemmeno sul contenuto – per altro con informazioni inesatte – o sui commenti disgustosi che si leggono sotto il post pubblicato online sui social. Mi colpisce però quanto sia ancora diffusa l’idea che i veri trafficanti di esseri umani siano le persone stipate sui gommoni o sulle barche fatiscenti, insieme agli altri migranti, a rischiare la propria vita.
I grandi trafficanti non salgono su quelle imbarcazioni Non rischiano di annegare. Non finiscono nei CPR o nei dormitori. Non passano anni in carcere da invisibili
Viaggiano con voli di Stato.
Spesso chi viene trovato al timone è una persona sotto minaccia, ricattata, oppure qualcuno a cui viene promessa una riduzione del costo della traversata o banalmente l’unica che sapeva come guidare una barchetta alla deriva. Ti mettono lì e ti dicono: “Guida!”. E tu guidi, cercando magari di salvare la vita tua e quella degli altri. Ignaro di cosa potrebbe accadere all’approdo.
Quel ragazzo io l’ho conosciuto e lo abbiamo accolto nei nostri servizi. Non come etichetta da prima pagina. Non come caso da commentare sui social. L’ho conosciuto col suo nome.
Dopo anni di carcere era arrivato nel dormitorio della Caritas con il desiderio ostinato di ricominciare. Voleva studiare, fare volontariato, sentirsi utile. Aveva fame di vita e fretta di recuperare il tempo perduto. Era dolce, testardo, pieno di fragilità e di slanci buoni. E chi lo ha incontrato davvero questo lo sa.
Per questo, da operatrice della caritas, mi sento profondamente ferita da un modo di raccontare le persone che rinuncia completamente alla complessità, al contesto e all’umanità. Questo non è giornalismo. È spettacolarizzazione del dolore umano. È gossip costruito sulla pelle degli ultimi.
E chi lavora ogni giorno accanto alle persone sa bene quanto sia facile giudicare da una tastiera e quanto invece sia difficile guardare davvero negli occhi un sogno spezzato.
di Clara Maggi, per Caritas Lodigiana
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