Nelle scorse settimane, gli spazi di Casa San Giuseppe sono diventati il teatro di un percorso a tappe lento e profondo, capace di unire ospiti e operatori in una riflessione silenziosa sul significato profondo della cura.
Il primo capitolo di questa storia si è scritto interamente all’aperto, in una giornata dominata dai colori accesi della terra e dal profumo pungente del terriccio fresco. Attorno ai grandi tavoli da lavoro sistemati in cortile, gli ospiti si sono mossi con una concentrazione naturale, quasi solenne, prendendo confidenza con vasi, palette e giovani piantine da interrare.
C’era una gestualità antica e bellissima nel modo in cui le mani, alcune delicate, altre più rozze e goffe, stringevano la terra intorno agli steli più fragili, assicurandosi che le radici fossero ben coperte e protette. Scegliere la giusta posizione per ogni vaso, dosare l’acqua con precisione e ripulire le foglie secche sono diventati gesti di profonda fiducia verso il futuro, una responsabilità silenziosa che non pretende risultati immediati, ma che accetta il ritmo della natura. In quella mattinata all’aria aperta, la complicità dei movimenti ha superato la necessità delle parole: è bastato il rumore dei vasi spostati e qualche sorriso di soddisfazione a creare un legame immediato, lasciando che i fiori iniziassero il loro lento lavoro invisibile nel segreto della terra.
A distanza di qualche giorno, l’energia raccolta all’esterno si è trasferita tra le mura della casa, dove un grande tavolo comune, tra le tazze e gli avanzi della colazione, è stato invaso da strisce di quotidiani vecchi, bacinelle piene di colla vinilica, pennelli e colori di ogni sfumatura. Qui ha preso il via la seconda fase del progetto: la creazione di un grande albero di cartapesta. Questa scultura, che oggi occupa un angolino del salone, ma cattura subito lo sguardo di chiunque entri, è tuttora un cantiere aperto, un’opera in divenire che si arricchisce settimana dopo settimana di nuovi dettagli e piccoli frammenti di vita. L’albero cresce con i tempi di chi lo modella, senza scadenze. Strato dopo strato, le dita degli ospiti continuano a sovrapporre la carta imbevuta di colla, modellando le venature nodose della corteccia, rinforzando la base del tronco e direzionando i rami che iniziano a protendersi verso il soffitto. Ognuno porta la propria precisione, la propria forza o semplicemente il proprio tempo, trasformando un materiale povero e di recupero in una struttura solida, un diario collettivo monumentale che conserva, sotto la superficie, le storie di tutti coloro che vi hanno lavorato.
Mentre fuori le piantine continuano a crescere nel silenzio del cortile, affrontando i primi duri cambiamenti della stagione, l’albero all’interno sviluppa un ramo alla volta sotto gli occhi di tutti. Non c’è alcuna fretta di vederlo terminato; e la sua stessa condizione di incompiutezza, con i rami ancora parzialmente spogli e le stratificazioni di carta ben visibili, ricorda a chiunque attraversi Casa San Giuseppe che la stabilità, l’accoglienza e la bellezza non sono mete improvvise o traguardi da raggiungere in fretta, ma percorsi pazienti, a volte faticosi, che acquistano senso solo se costruiti insieme giorno dopo giorno.
di Sofia Moglia
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