Servizio civile: dall’Arsenale della guerra all’Arsenale della Pace, un’esperienza che trasforma

  • 26 Marzo 2026

L’11 e il 12 marzo ho avuto l’opportunità di recarmi a Torino in occasione del XX incontro nazionale dei giovani in servizio civile, a cui hanno partecipato circa 400 giovani provenienti da tutta Italia.

La visita al SERMIG, Servizio Missionario Giovani di Torino, conosciuto anche come Arsenale della Pace, rappresenta una testimonianza concreta di come un luogo un tempo simbolo del conflitto, in quanto destinato alla produzione di armi, possa essere trasformato in uno spazio dedicato alla pace e all’accoglienza. È un esempio vivo di cosa significhi esserci per l’altro e diffondere valori cristiani attraverso gesti quotidiani. Il centro, nato dall’intuizione di Ernesto Olivero e Maria Cerrato, dimostra come anche un’idea apparentemente semplice possa svilupparsi fino a diventare un importante punto di riferimento e di incontro per migliaia di persone.

“Restituzione” è la parola chiave su cui si fonda il SERMIG: la mentalità della restituzione ci educa a non rimanere indifferenti di fronte ai problemi che riguardano l’uomo e la sua esistenza, siano problemi locali o internazionali, ma ad affrontarli dando voce a chi soffre, creando attorno ad essi un movimento di opinione che faccia appello ai valori più profondi dell’uomo e cercando insieme risposte concrete. La mentalità della restituzione ci invita non a un “fare” o a un “dare”, ma a un modo di “essere”. Realizzarsi nel dono di sé è un bisogno primario di ogni uomo.

L’attività proposta dal SERMIG, oltre alla visita dell’arsenale e dei luoghi di accoglienza che lo caratterizzano, è stata la Cena dei popoli, esperimento in cui è stata assegnata a ogni partecipante una nuova identità, fornita sulla base della distribuzione geografica degli abitanti globali. L’obiettivo era comprendere, vivendola, la fame nel mondo ed è stata un’esperienza davvero immersiva, che ha permesso di immedesimarsi nelle profonde disuguaglianze che caratterizzano il nostro pianeta, suscitando una maggiore consapevolezza sulle condizioni di vita di milioni di persone.

Il giorno successivo è stato dedicato a riflessioni sulla pace, in occasione anche della ricorrenza di San Massimiliano di Tebessa: il Santo, martirizzato il 12 marzo 295 d.C., è venerato come patrono degli obiettori di coscienza. Il tema della pace è quello indicato da Papa Leone per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio scorso: “La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante”.

La giornata si è conclusa con la Santa Messa presieduta da S.E. Monsignor Alessandro Giraudo, vescovo ausiliare e vicario generale della diocesi di Torino, nella Cattedrale di San Giovanni Battista, in cui abbiamo avuto l’occasione di ricordare San Pier Giorgio Frassati e visitare la Cappella della Sindone.

Esperienze di questo tipo, oltre a essere formative, rappresentano anche un prezioso momento di condivisione con altri giovani che hanno scelto di dedicare un anno al servizio di chi si trova in situazioni di fragilità e bisogno. Un anno fa ho fatto la scelta del servizio civile, scelta motivata dalla volontà di mettermi in gioco in una realtà molto conosciuta sul territorio che da anni aiuta le persone in situazioni di fragilità. Sicuramente questa esperienza mi ha permesso di comprendere meglio le esigenze del territorio ma soprattutto sono entrata in contatto con molte persone e, ponendomi in ascolto, ho conosciuto ciò che si cala dietro coloro che spesso sono ai margini della società

Ho iniziato il servizio con un’idea: essere al servizio degli altri, con gli altri. Quasi giunta al termine della mia esperienza in Caritas, mi sento pienamente soddisfatta in quanto, nel corso di quest’anno sono riuscita a entrare in contatto e a costruire dei rapporti significativi con tanti ospiti della struttura, le cui storie, spesso ignorate, vale davvero la pena ascoltare. È un’esperienza che cambia la vita, per cui non posso che consigliarla ai giovani che desiderano mettersi in gioco e contribuire concretamente al bene della comunità.

di Clara Pozzini, servizio civilista in Caritas Lodigiana

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