Perché difendere la complessità

22 Maggio 2026

Oltre il titolo da prima pagina

Condividiamo la lettera pubblicata sull’edizione di ieri [21.05.2026] de il Cittadino: una riflessione condivisa e sottoscritta da Cooperativa Sociale Famiglia Nuova, Progetto Insieme (ente gestore del SAI del Comune di Lodi), Movimento Lotta Fame nel Mondo (ente gestore dello Sportello Stranieri), Loscarcere ODV, Associazione Comunità Il Gabbiano ODV, Spazio Fuori.

In merito all’articolo pubblicato nei giorni scorsi su il Cittadino di Lodi — quello che annunciava il “rintracciamento a Lodi di uno scafista ricercato in tutta Italia” sentiamo il dovere di intervenire. Non per difendere chi ha commesso reati, ma per difendere il diritto di ogni persona a essere raccontata con precisione, rispetto e onestà.
Una nostra operatrice, Clara Maggi, ha già scritto sul nostro sito una riflessione che vi invitiamo a leggere. Noi la sottoscriviamo interamente e la facciamo nostra come istituzione.

Il problema non è la notizia in sé. Chi è accusato di un reato risponde di quel reato nelle sedi opportune. Il problema è il modo in cui quella notizia viene confezionata e amplificata. Un titolo come “scafista ricercato in tutta Italia” — con le inevitabili code di commenti che seguono ogni pubblicazione online — non informa: spettacolarizza. E spettacolarizzare la vita di una persona reale, con un nome e una storia, non è giornalismo. È qualcos’altro.

Noi quella persona la conosciamo. Non come etichetta, non come caso da prima pagina, ma col suo nome. Era nostro ospite del dormitorio per cui, come per tutti, abbiamo dichiarato ospitalità alle autorità competenti: la sua presenza sul nostro territorio era parte di un percorso trasparente, inserito in una rete di servizi che collaborano. Era una persona in attesa di giudizio, non un fuggitivo: e quando la sentenza è arrivata, è stato arrestato. Non era un fantasma rintracciato dopo una caccia all’uomo. Era una persona conosciuta, seguita, accompagnata.

Come accade spesso nelle storie di chi ha attraversato la migrazione irregolare, le responsabilità reali nella filiera del traffico di esseri umani si trovano ben più in alto, in luoghi molto lontani dai gommoni su cui le persone più vulnerabili vengono messe a guidare sotto minaccia o sotto ricatto. Confondere chi guida un’imbarcazione con chi organizza il traffico è una semplificazione che fa comodo a molti, ma che non aiuta a capire nulla. E quando quella persona era un ragazzo di 22 anni, che su quel gommone era vittima prima ancora che protagonista, chiamarla “scafista” non è solo impreciso: è rovesciare la realtà.

L’abbiamo incontrato nei nostri servizi dopo anni di carcere, con il desiderio — ostinato e a tratti commovente — di ricominciare. Di studiare, di rendersi utile, di recuperare il tempo che gli era stato tolto. Quella che avete raccontato come una storia di pericolosità sociale, per noi era prima di tutto la storia di qualcuno che cercava faticosamente di tornare a essere se stesso.
Ciò che fa più male non è l’errore di analisi. È la scelta deliberata di rinunciare alla complessità. Di trattare una vita umana come materiale per fare visualizzazioni. Di pubblicare qualcosa sapendo che sotto al post si scatenerà una gogna, e di non sentire il bisogno di interrogarsi su questo nemmeno per un momento.

Chi lavora ogni giorno con le persone che vivono ai margini sa che le loro storie non stanno mai in un titolo. Sa che dietro ogni “caso” c’è una traiettoria fatta di scelte impossibili, di violenze subite, di sogni non rinunciati. Non chiediamo che i giornali ignorino la realtà, anche quando fa male. Chiediamo che chi ha il privilegio di uno spazio pubblico lo usi con cura.
L’appello che facciamo quindi non è solo alla sensibilità, è alla responsabilità. Non solo nell’uso delle parole, ma nella consapevolezza che un articolo non è mai neutro. Apre porte o le chiude.

Costruisce ponti o muri. E quando riguarda le persone più fragili, lascia tracce che durano molto più di un giorno di edicola. In questo caso specifico, lascia anche una menzogna che nessun titolo di rettifica restituirà mai del tutto.

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